La definizione sintetica e più completa di Danzamovimentoterapia si trova sul sito web dell' Associazione Professionale Italiana Danzamovimentoterapia ( http://www.apid.it/home.htm ) :
"La danzamovimentoterapia è una modalità specifica di trattamento di una pluralità di manifestazioni della patologia psichica, somatica e relazionale, ma anche una suggestiva possibilità di positiva ricerca del benessere e di evoluzione personale.
La danzamovimentoterapia si è sviluppata nel continente americano, in Europa e in altre parti del mondo, diversificandosi in una pluralità di modelli e orientamenti teorici, tecnici e applicativi.
Nel nostro paese le prime esperienze, sin dall'inizio presenti anche in ambito istituzionale, risalgono agli anni settanta. Da quell'epoca molta strada è stata percorsa, ad opera di numerose associazioni e scuole di formazione.
La danzamovimentoterapia, che si collega idealmente ad antiche tradizioni nelle quali la danza era un mezzo fondamentale nelle pratiche di guarigione, ripropone negli attuali contesti clinico-sociali le risorse del processo creativo, della danza e del movimento per promuovere l'integrazione psicofisica, relazionale e spirituale, il benessere e la qualità della vita della persona.
Associata di frequente con altre forme di cura, la danzamovimentoterapia trova applicazione nel trattamento di numerosi disturbi psichiatrici: dalle psicosi ai disturbi d'ansia e dell'umore, dalle malattie psicosomatiche ai disturbi del comportamento alimentare e alle tossicodipendenze.
La danzamovimentoterapia è inoltre una collaudata modalità di approccio a diverse forme di handicap psichico, fisico e sensoriale.
Al di là della dimensione terapeutica e riabilitativa, la danzamovimentoterapia esprime anche competenze e tecniche rivolte allo sviluppo delle risorse umane, alla prevenzione del disagio psicosociale, alla formazione e al lavoro educativo.
Nei più diversi contesti pubblici e privati (centri diurni, unità riabilitative, comunità terapeutiche, centri socio-educativi, ospedali, studi professionali, carceri, scuole, consultori…), la danzamovimentoterapia ha trovato terreno fertile per un lavoro basato sull'unità mente-corpo-relazione che incontra immediatamente il bisogno di salute della gente."
Benvenuti nel mio sito web!
Spero possiate trovare tutte le informazioni che cercate.
In questo sito troverete molti articoli che trattano le più comuni tematiche inerenti la psicologia: mi auguro vi possano essere d’aiuto.
Rivolgersi ad uno psicologo per intraprendere un percorso di consulenza e sostegno psicologico è una decisione importante, che va ponderata con attenzione, Vi invito perciò a navigare nel mio sito e a scoprire chi sono e come lavoro.
Credo fermamente che ogni persona possegga le risorse per poter sviluppare se stessa, e mi piace immaginare il mio compito come quello di chi facilita l’acquisizione degli strumenti personali per trovare da soli la “propria” soluzione.
Visitate anche la sezione delle domande frequenti, ma se doveste avere ulteriori domande o desiderate prenotare un appuntamento per un primo colloquio, non esitate a telefonarmi o a mandarmi una e-mail.
Buona navigazione!
giovedì 22 luglio 2010
Cos'è la Danzamovimentoterapia?
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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11.29
Etichette: Disturbo di panico, Psicologia e Benessere, Psicologia e Danza
mercoledì 5 maggio 2010
Affrontare le diversità nella Coppia
Non sono le differenze tra i partner che causano problemi , ma come vengono affrontate le differenze quando si presentano.
Molti partner pensano che i loro guai nel rapporto di coppia sono il risultato di differenze tra loro e il partner.
Ho sentito molte coppie dire: "Noi non siamo compatibili: a lei piace stare in movimento, a me piace stare a casa", o "Lei va a letto presto, io sono un nottambulo".
Sembra così che siano queste le ragioni e le cause dell'infelicità nella coppia.
Ma piuttosto che concentrarsi su aree di accordo e di disaccordo, le parti che di un rapporto sano che vanno sviluppate sono le buone capacità di ascolto.
Queste abilità non hanno nulla a che fare con l'eliminazione delle differenze, cercando dall'altro un consenso obbligatorio o dando consigli.
Le capacità di ascolto sono la comprensione e l'accettazione delle differenze di personalità e di gusto.
Avere un buon ascoltatore vuol dire avere un buon amico. In una relazione felice, un partner può contare sull'altro che sarà un buon amico e non un giudice o un consulente.
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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11.28
Etichette: Comunicazione nella coppia, Psicologia di Coppia, Psicologia e Benessere
I cambiamenti per una relazione di coppia serena
Sono i piccoli cambiamenti che possono determinare un enorme cambiamento nel rapporto.
Se tentiamo di guardare quali siano le differenze tra le coppie felici e quelle infelici ci renderemo conto che non è facile rilevare notevoli differenze. Anche se risulta essere vero che possiamo notare chiare e affidabili differenze, le differenze tendono ad essere però piccole e sottili.
La maggior parte delle coppie in difficoltà pensa che per migliorare le cose devono aver luogo straordinari cambiamenti, se non un miracolo. Ma la natura umana è quella che è, e la maggior parte di noi che hanno difficoltà nel rapporto di coppia pensano che questi cambiamenti debbano essere fatti dal partner , e non da noi stessi. Ma spesso non ci rendiamo conto che non abbiamo alcun controllo sul comportamento dei nostri partner.
Come risultato, sviluppiamo un senso di disperazione e di impotenza rispetto al disagio che viviamo in coppia. “Se solo lui o lei fosse cambiata, tutto sarebbe andato bene” - o almeno così pensiamo.
La svolta arriva quando ci rendiamo conto che facendo anche piccoli cambiamenti in noi stessi, siamo in grado di ottenere un risultato che genera effetti importanti : sono proprio i nostri cambiamenti positivi che ci rendono più ottimisti e aperti ai nostri partners.
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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11.00
Etichette: Comunicazione nella coppia, Psicologia di Coppia, Psicologia e Benessere
martedì 9 febbraio 2010
Il Flamenco: terapia per il corpo e per la mente
Ogni attività fisica, si sa, può portare notevoli miglioramenti al tono dell'umore.
Affrontare stati depressivi lievi, migliorare la circolazione sanguigna, alleviare dolori alla schiena o migliorare le competenze motorie sono solo alcuni dei risultati ottenuti attraverso la danza del flamenco.
Nella città di Granada, Ana Maria Ruiz , ballerina di flamenco, ha ideato una vera e propria forma di danzaterapia, progettato utilizzando esercizi che prendono spunto dal flamenco e ne ha valutato i risultati con i partecipanti.
Per progettare questa tecnica ha riunito le sue conoscenze di danza e flamenco, si è confrontata con psicologi e ha preso alcuni elementi dal pilates: il risultato è una forma di danza e ginnastica "non aggressiva, che enfatizza lo stretching e incide sul corpo e sulla mente" ha spiegato la Ruiz.
L'iniziativa è rivolta a persone con problemi di sofferenza psichica, disabili, anziani che non possono praticare un'attività fisica intensa, o coloro i quali vogliono praticare un'attività rilassante e coinvolgente come la danza.
Grazie alle coreografie, che combina l'uso di nacchere, ventaglio e scialle, e un intenso riscaldamento, i miglioramenti fisici e psicologici si vedono in fretta.
Ana Maria Ruiz, che si definisce flamencoterapeuta, sostiene che tra i benefici si avrà il sollievo del dolore alla schiena, perché "corregge i difetti posturali" o il rafforzamento del pavimento pelvico per migliorare le problematiche che causano l'incontinenza.
La mente è impegnata ad utilizzare le risorse mnemoniche per ricordare le sequenze di passi, l'udito e il corpo sono concentrati a seguire il ritmo e il movimento, così come a produrre, attraverso le mani ed i piedi, suoni e percussioni.
La musica nel flamenco si ascolta e si produce con evidenti effetti psicologici positivi.
( info: http://www.salud.com/secciones/salud_general.asp?contenido=268266 )
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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17.34
Etichette: Psicologia dello Sport, Psicologia e Benessere, Psicologia e Danza
lunedì 8 febbraio 2010
Danzaterapia e Psicologia di Coppia

La Danzaterapia può essere utilizzata come valido sostegno alla psicoterapia, aiutando le persone ad esprimere i propri sentimenti interiori attraverso il linguaggio non verbale.
Sebbene sia spesso una tecnica utilizzata per i bambini, per i disabili o semplicemente per il benessere degli adulti, la danzaterapia si può applicare anche alle coppie che presentano disagio e difficoltà a livello comunicativo.
Attraverso la mia esperienza ho considerato che si può dire molto di una coppia che danza osservando il modo in cui interagiscono l'uno con l'altra.
Sebbene il ballo di coppia non può essere definito una forma di terapia in piena regola ( non ci sono sufficienti studi e ricerche in tale senso e non esiste una teorizzazione valida, autonoma e strutturata della danza di coppia come terapia ), è in dubbio che guardando una coppia che balla il terapeuta può valutare le modalità comunicative della coppia e le difficoltà.
In realtà nel mondo della Psicologia dello Sport questo avviene già: lo psicologo che segue i campioni di danza sportiva, si occupa proprio di aiutare l'atleta a migliorare la performance e a risolvere le difficoltà della coppia di ballerini.
Tuttavia oltre alla psicologia applicata alla danza esiste anche la danza come terapia applicabile alla coppia.
Ad esempio, se una coppia appare rigida o poco armoniosa, si può dire in generale che sono a disagio con l'altro o che uno o entrambi i partner potrebbero vivere qualcos'altro che si esprime nel movimento mentre danzano.
Alcuni movimenti troppo lenti o troppo veloci, la difficoltà a rispettare il proprio ruolo nel ballo, il contatto corporeo ambivalente, ecc. sono tutti segnali che qualcosa sta accadendo all'interno della coppia che in quel momento danza.
Un danzaterapeuta potrebbe proprio usare la sala da ballo con la coppia per iniziare a lavorare su alcuni aspetti problematici della dinamica della coppia.
La coppia che si dedica alla danza non ha solo uno strumento per comunicare meglio o entrare in contatto con l'altro, ma ha anche la possibilità di creare una ritualità ed uno spazio contenitore in cui trovarsi e confrontarsi, uno spazio da trascorrere insieme, con tempi e momenti precisi.
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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11.24
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martedì 26 gennaio 2010
La terapia psicologica in Italia e in Gran Bretagna
fonte: http://www.altrapsicologia.it/content/templates/articolo.asp?articleid=2169&zoneid=49
Autori: Felice D. Torricelli e Gabriele Campello
"Da alcuni anni in diversi Paesi si cerca di intervenire efficacemente per ridurre le spese causate dai disturbi di ordine psicologico secondo strategie di efficacia degli interventi.
In Gran Bretagna, per esempio, già nel 2006 gli autorevoli consulenti del governo (provenienti dalla prestigiosa London School of Economics) hanno delineato una solida analisi in termini costi-benefici degli interventi possibili per affrontare le difficoltà che il sistema sanitario e quello economico inglese incontrano nel contrastare la depressione e i disturbi d’ansia, traendone conclusioni molto interessanti ed in gran parte applicabili anche al panorama italiano.
Intanto si rileva che in Gran Bretagna circa 6.000.000 di persone, il 16% di tutti gli adulti, soffrono di condizioni diagnosticabili come depressione o come disturbo d’ansia e che circa il 40% di tutte le disabilità (fisiche e mentali), così come il 40% degli Incapacity Benefits (l’equivalente delle nostre pensioni di invalidità) è dovuto a malattia mentale.
Mentre le disabilità dovute a depressione e ad ansia sono più di un terzo di tutte le disabilità per il trattamento di questi disturbi si spende solo il 2% dei fondi del servizio sanitario nazionale.
Allo stesso tempo si osserva che solo un quarto di queste riceve poi un qualche tipo di cura.
La ragione per un dato così ampio di pazienti non curati è che alla maggior parte di loro vengono offerti, dai medici di base cui si rivolgono, dei farmaci mentre le ricerche mostrano che le persone preferirebbero di gran lunga una terapia psicologica che però non è disponibile nel sistema sanitario inglese.
L’indicazione preferenziale per le terapie psicologiche viene anche dalle centinaia di prove cliniche e sperimentali che dimostrano che, per i disturbi d’ansia e depressivi, i trattamenti psicologici sono efficaci quanto i farmaci nel breve termine ma molto più efficaci nel prevenire le ricadute.
Inoltre, questione assolutamente non secondaria in quest epoca di grandi ristrettezze e di attenzione ai costi, l’utilizzo di un approccio psicologico-psicoterapeutico porta un risparmio certo in termini economici alle casse dello Stato.
Intanto, per lo Stato inglese la perdita di ricchezza dovuta a depressione e ansia cronica è annualmente di circa 12 miliardi di sterline (l’1% del Prodotto Interno Lordo di quel Paese) e il costo per i contribuenti e di circa 7 miliardi di sterline. Ogni persona con un disturbo d’ansia o depressione costa ai contribuenti inglesi circa 750 sterline al mese (tra pensioni, sussidi, assenze o abbandoni del lavoro, cure farmacologiche, ricoveri, mancate tasse sul reddito, assistenza, eccetera), senza considerare i costi umani e sociali che ricadono sulle famiglie e la sofferenza delle persone.
A fronte di ciò un intero ciclo di trattamento di psicoterapia, mediamente di 10 incontri, valutano i ricercatori inglesi, costerebbe complessivamente le stesse 750 sterline che si spendono in un solo mese.
La proposta dei ricercatori al Governo inglese, che l’ha già resa operativa in via sperimentale in due distretti, è di attivare un cambio di impostazione nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione a favore della terapia psicologica.
L’obiettivo è di arrivare a trattare, a regime, 800.000 persone l’anno. Ciò comporterebbe un risparmio, solo in termini di mancata erogazione di sussidi, di circa un 1,4 miliardi di sterline all’anno, a fronte di un costo annuo di 0,4-0,6 miliardi.
Per attivare questo programma si stima ci sia bisogno di inserire nel Sistema Sanitario inglese circa 10.000 professionisti della terapia psicologia.
Quello che più spiace e che, mentre negli altri paesi la Psicologia riesce ad imporre all’attenzione dei governi il proprio valore, qui in Italia la nostra professione è priva di ogni considerazione circa il valore che può portare alla società.
Non si capisce come mai, in Italia, non si sia mai lavorato per far comprendere a politici ed economisti che la validità sociale della Psicologia applicata è misurabile anche nei termini dei benefici economici che è in grado di portare al Paese; che il nostro lavoro, la qualità degli interventi che gli Psicologi sono in grado di operare, porta un beneficio tangibile per tutto il sistema nazionale, non solo per le persone che ne fruiscono direttamente; che quello che chiediamo come professionisti è di essere valutati per l’efficacia dei nostri interventi e non ci interessa, invece, essere considerati come un tassello (peraltro superfluo) di un sistema socio-sanitario a connotazione assistenziale.
Felice D. Torricelli,
Gabriele Campello"
BIBILIOGRAFIA ESSENZIALE:
- London School of Economics: The Depression Report - A New Deal for Depression and Anxiety Disorders, June 2006.
- Richard Layard, David Clark, Martin Knapp and Guy Mayraz: Cost-Benefit Analysis of Psychological Therapy; CEP Discussion Paper No 829; October 2007.
- David M. Clark, Richard Layard and Rachel Smithies: Improving Access to Psychological Therapy: Initial Evaluation of the Two Demonstration Sites; CEP Discussion Paper No 897; November 2008.
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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17.52
Etichette: Professione Psicologo
venerdì 4 dicembre 2009
Gioco d'Azzardo Patologico
Fonte : Valeria Deste http://www.varesenotizie.it/varese/44840-le-dinamiche-del-gioco-dazzardo-paologico.html
Per meglio comprendere la problematicità della dipendenza dal gioco d'azzardo compulsivo, ci siamo fatti spiegare le dinamiche da un esperto del settore, il dottor Vincenzo Marino, direttore del dipartimento dipendenze dell'ASL di Varese, docente di sociologia della devianza all'Università dell'Insubria e psichiatra.
ANALISI DEL GIOCO
Il gioco è una componente che, nella storia dell'uomo e degli animali, è sempre esistita. "Il gioco - spiega Marino - è un'attività il cui esito dipende dal comportamento di due giocatori. Nel gioco d'azzardo si inserisce un terzo soggetto: il signor Caso. Qui, l'esito del gioco dipende anche da lui, o meglio, nel gioco d'azzardo l'esito è fuori dal controllo dl giocatore".
IL GIOCATORE D'AZZARDO PATOLOGICO
"Il giocatore patologico è una persona che, ad un certo punto, malgrado una serie di danni economici e privati, non riesce a smettere, perde il controllo del comportamento di gioco.
Spesso sono maschi, le fasce d'età maggiormente interessate vanno dai 24 ai 35 e dai 35 ai 50. La componente femminile ricopre un terzo del totale".Il gioco d'azzardo patologico è la terza causa dell'usura in Italia.
COME CAPIRE SE SIAMO IN PRESENZA DI UNA DIPENDENZA
"Normalmente le mogli, visto che in queste situazioni il marito è spesso assente e non si capisce dove passi il suo tempo libero, pensano che di mezzo ci sia un'amante. Il soggetto appare assorto nei pensieri, spesso legati ai debiti di gioco, e iniziano a sparire, in modo immotivato, soldi. L'atteggiamento è quello della clandestinità". Il Ser.T mette a disposizione, per chi è intenzionato ad essere aiutato, dei programmi personalizzati di recupero.
I MECCANISMI CHE SI INNESCANO
I ricercatori dell'Università del Colorado a Boulder hanno scoperto che le nostre scelte, su ciò che ci piace o non ci piace, dipendono dall'azione della dopamina, la cui concentrazione ci permette di apprendere sulla base di esperienze passate. La dopamina è una ammina naturalmente sintetizzata dal corpo umano. All'interno del cervello la dopamina funziona da neurotrasmettitore. La dopamina è anche un neuro ormone rilasciato dall'ipotalamo, è il nostro centro della gratificazione."Quando ci capita una grossa vincita, sperimentiamo una forte euforia. E' proprio questa euforia che avvia il percorso del gioco. Il giocatore inizia a sviluppare il pensiero magico e inventa dei rituali. La sensazione di benessere, dovuta alla vincita, e gli stimoli ambientali ( il bar sotto casa dove si è soliti giocare, l'incontro con amici che frequentano il bar e condividono questa mania ) attivano la produzione di dopamina. Il grosso problema sta nel fatto che non esiste una diffusa consapevolezza che questa possa essere una vera e propria malattia e una dipendenza sociale. E' molto più frequente sentir parlare di vizio che in sé preclude una scelta controllabile della persona".
QUANDO TUTTO HA AVUTO INIZIO
"I giocatori patologici ci sono sempre stati, basti pensare a Caligola, Nerone e Dostojevski. Diciamo che ai giorni nostri la situazione ha iniziato ad assumere una portata preoccupante dal 1998, quando la Sisal ha lanciato il SuperEnalotto. Poi, con la finanziaria del 2003, sono state introdotte le new slot. Prima le macchinette e i videopoker non davano vincite in denaro. Nel 2004, in Italia, le slot erano 130 mila, oggi sono 200 mila, solo in Lombardia ce ne sono 40 mila".
Se desiderate avere maggiori chiarimenti sul disturbo del Gioco D'Azzardo Patologico, potete anche contattare la dott.ssa Murray via mail susannamurray@psicologia-pesaro.it
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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11.51
Etichette: Dipendenze Patologiche, Disturbo depressivo, Disturbo Ossessivo Compulsivo, Psicologia Clinica
Disfunzione Erettile
Prato, 03 dicembre - Una patologia che, oltre a minare la sfera intima e la vita di coppia, è molto più spesso di quanto si creda un vero e proprio campanello d'allarme per l'insorgenza di altre malattie, prime tra tutte quelle cardiovascolari o il diabete.
Parliamo della Disfunzione Erettile (DE), patologia che interessa un maschio adulto su 8 e che, in Toscana, riguarda circa 186mila uomini.
Proprio con l'obiettivo di diffondere una corretta cultura della prevenzione, diagnosi e trattamento della DE, la Società Italiana di Andrologia promuove la campagna informativa "Torna ad amare senza pensieri", con l'obiettivo di far entrare tempestivamente in contatto i potenziali pazienti con un medico e intraprendere un iter diagnostico e terapeutico fondamentale per risolvere il problema.
"Come Società Italiana di Andrologia - dichiara Paolo Turchi, Responsabile del Servizio di Andrologia della Azienda USL 4 di Prato - riteniamo che sia fondamentale lavorare sul 'sommerso' di questa malattia, le cui cause sono molteplici e che spesso rappresenta il primo sintomo di altre gravi patologie silenti.
Ecco perché pensare di sottovalutare la DE è sbagliato e, soprattutto, dannoso per la salute maschile. Spesso, però, i pazienti sono 'bloccati' tanto da non riuscire a parlare del proprio problema, né al medico di famiglia, né allo specialista Andrologo.
E questo succede perché il potenziale paziente non è informato sull'evoluzione della patologia. In presenza di un deficit dell'erezione, l'uomo tende infatti a rinchiudersi in sé stesso, o a cercare soluzioni alternative alla visita medica, perdendo così decisamente del tempo prezioso per arrivare alla soluzione. Al contrario, la DE è un problema che nella maggior parte dei casi, se valutato in tempo, può essere oggi risolto con le terapie disponibili ".
Giunta quest'anno alla sua seconda edizione, la campagna "Torna ad amare senza pensieri" è frutto dell'impegno a 360 gradi della SIA, che parte dal presupposto che il benessere sessuale è il barometro della salute di un uomo e ha gia' portato ad importanti risultati.
Tra gli strumenti della Campagna, un Numero Verde dedicato, al quale hanno prestato la propria consulenza oltre 100 specialisti Andrologi della SIA. E, durante tutta la durata del servizio, dalla Toscana sono arrivate 1050 chiamate, soprattutto da Firenze (291), Pisa (129), Livorno (128), Lucca
(109), Arezzo (93), Siena (73), Pistoia (66), Grosseto (63), Prato (56)e Massa (42). Altro strumento fondamentale della campagna, il sito Internet interattivo www.amaresenzapensieri.it ideato e concepito dalla SIA come fonte d'informazione primaria sulla patologia e che consente di rivolgere domande online, anche in forma del tutto anonima, agli specialisti Andrologi.
fonte: http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=23344
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dott.ssa Susanna Murray
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11.30
Etichette: Comunicazione nella coppia, Disturbo Psicosomatico, Psicologia Clinica, Psicologia di Coppia, Psicologia e Benessere
sabato 28 novembre 2009
Sportello d'ascolto per la Coppia a Pesaro
Nasce a Pesaro uno Spazio per la Coppia che vuole essere un punto di riferimento per la consulenza psicologica e l'orientamento per coloro che sentono l'esigenza di comprendere ed affrontare le difficoltà ed il disagio.
Per ulteriori informazioni inviare una mail a sportelloascolto@psicologia-pesaro.it o cliccare quì
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dott.ssa Susanna Murray
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13.33
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mercoledì 9 settembre 2009
Relazioni di solitudine e amicizia
Quando si lavora come psicologi, viene a volte da chiedersi quanto le difficoltà dei nostri pazienti siano oggi legate alla complessità delle relazioni sociali. Sentirsi compresi ed ascoltati per qualcuno sembra essere solo uno spazio da conquistare in seduta: ma quanti poi davvero riescono a relazionarsi con i familiari o con gli amici, attraverso una vera comunicazione e non un semplice rapporto di superficie e di convenienza?
A volte ci si sente più soli in compagnia di amici "da uscita del weekend", che magari quando si è effettivamente da soli. La comunicazione in questi casi diventa puro monologo collettivo davanti ad una cena al ristorante o ad un caffè al bar.
Ma mi viene da pensare che come impedimento ad una relazione amicale più profonda, non è vero che è il tempo che manca...
Questo articolo riportato da "Abbiamo sempre meno amici. Colpa del lavoro e di internet", tratto in data 24-06-2006 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=6066 ci da qualche dato:
"L'immagine è quella di un cerchio che si stringe. "La cerchia delle amicizie si sta riducendo sempre più" avverte l'American Sociological Review. I dati raccolti negli Stati Uniti vent'anni fa stridono con quelli odierni. Nel 1985 ogni individuo intervistato dichiarava di avere tre amici, ovvero "persone con cui discutere argomenti importanti e profondi".
Oggi la media è scesa a due. Una persona su quattro - fra le 1500 intervistate nel 2005 - rovistando nella propria memoria non è riuscita a trovare nemmeno il nome di un amico: nessuno con cui si sia confidato negli ultimi sei mesi. In Italia la situazione è meno drammatica, ma il fenomeno si sta estendendo soprattutto al nord e tra le donne. Nel nostro Paese fino a 25 anni di età lo spazio per frequentare persone affini si mantiene intatto. Ma a partire dai 30 anni il lavoro inizia a prendere il sopravvento e il numero di amici subisce un tracollo che non si risolleva neanche con la pensione.
Il lavoro che fagocita gran parte della giornata e internet che rosicchia il resto sono fra le cause dell'isolamento degli individui, spiegano Lynn Smith-Lovin e Robert Wilson. I due sociologi della Duke University hanno portato a termine l'ultima tappa di una ricerca iniziata oltre vent'anni fa. "La cerchia delle amicizie che si restringe non è l'unico fenomeno che abbiamo notato" spiegano i due ricercatori. "Quando serve un confidente, lo si trova sempre più spesso fra i familiari". L'ultimo bastione della fiducia rimangono le mura domestiche.
"Ci rifugiamo all'interno di comunità protette, che mantengono alte le barriere con il mondo esterno" spiega Marco D'Avenia, che insegna filosofia morale all'università pontificia Santa Croce. L'anno scorso, nel convegno da lui organizzato con il titolo di aristotelica memoria "La necessità dell'amicizia", vennero diffusi dati allarmanti: solo il 23 per cento degli italiani si sente soddisfatto delle proprie relazioni, mentre il 15,7 per cento è apertamente insoddisfatto dei legami affettivi che intrattiene. Le società occidentali, secondo D'Avenia, sono il "terzo mondo delle relazioni": "Le ultime riflessioni che abbiamo fatto sull'amicizia risalgono ad Aristotele e Cicerone. Ora siamo finiti in una condizione di analfabetismo".
La sintassi dei rapporti con gli altri vede la fiducia come primo elemento. Segue l'affetto non a scopo sessuale e infine la frequentazione, il punto debole di una società in cui il tempo è diventato un bene assai scarso, e quindi prezioso quanto il denaro. Tra due amici la comunicatività segue regole consolidate, che passano attraverso la mimica facciale, o anche attraverso il silenzio.
"Un altro segnale della nostra difficoltà - prosegue D'Avenia - sta nel confondere spesso l'amicizia con l'intersoggettività, cioé con un legame superficiale in cui non mettiamo in gioco nulla di noi stessi. O nello scambiarla per un'affiliazione politica, come quella dei camerati, dei compagni o dei sodali di partito". Eppure se ogni uomo si ritrova prima o poi a dover dipendere dagli altri, e se Aristotele nell'Etica Nicomachea sostiene che "Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici", una ragione deve esserci senz'altro. "L'amico è lo specchio in cui ci riflettiamo e possiamo conoscere noi stessi" spiega D'Avenia. "L'identità personale si può acquisire solo in un rapporto a due".
Pubblicato dalla dott.ssa Susanna Murray
dott.ssa Susanna Murray
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18.36
Etichette: Psicologia Clinica, Psicologia di Coppia, Psicologia e Benessere




